“Così è (se vi pare)”. Mai un titolo è stato più indovinato nella storia, e Luigi Pirandello questo l’aveva capito, affrontando infatti un viaggio nel relativismo assoluto, che segue il raffronto del dramma che mette a nudo l’impossibilità di conoscere la verità e il confine sottile tra realtà e follia. La verità esiste o è solo un’illusione?
La realtà come costruzione collettiva
Luigi Pirandello è stato un drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934. Egli, attraverso il suo teatro, mette radicalmente in crisi l’idea che la realtà possa essere unica e conoscibile. In Così è (se vi pare) , dramma pirandelliano scritto nel 1917, il palcoscenico diventa, dunque , il luogo in cui si svela l’impossibilità di stabilire una verità oggettiva, anticipando problematiche profondamente moderne e ancora attuali. Per Pirandello la realtà non è oggettiva, bensì una costruzione collettiva e soggettiva, frutto di convenzioni sociali, maschere e prospettive diverse. L’individuo assume “forme” imposte dalla società, frammentando la propria identità in un flusso continuo, dove la verità assoluta è inesistente e sostituita da tante verità , quante sono le persone.
Tale pensiero è incarnato alla perfezione in Così è se vi pare. Il dramma ambientato in una piccola città presenta il Signor Ponza, la signora Frola (sua suocera) e la moglie di Ponza,i quali si inseriscono in un clima di pettegolezzi incessanti.. I due si accusano reciprocamente di follia. Infatti, il Signor Ponza sostiene che la Signora Frola è impazzita dopo la morte della figlia (sua prima moglie) e crede che la sua seconda moglie sia la precedente. Mentre la Signora Frola, sostiene che il genero è pazzo e crede che la moglie sia morta, mentre lei è viva e lui la tiene segregata per gelosia.
>La comunità cerca ossessivamente la verità, ma il finale, con l’apparizione della moglie velata che afferma di essere “colei che mi si crede”, sancisce l’impossibilità di una risposta unica.
Dunque quid est veritas? Secondo il drammaturgo “tutto c’è e niente si crede, laddove il c’è è il punto nevralgico del detto, quello più misterioso ma ontologicamente fondamentale”.

Il teatro come specchio di una società
Il nuovo teatro di Pirandello agisce come una sorta di specchio della società borghese del primo Novecento . Questo , infatti, mette in luce le proprie criticità, svelandone le ipocrisie, la crisi dei valori e la frammentazione dell’io. Attraverso il metateatro e la rottura delle convenzioni, Pirandello esplora la frattura tra vita e forma, mostrando personaggi intrappolati nelle “maschere” sociali.
Qui la scena non funziona come imitazione della realtà, ma come un riflesso , uno specchio deformante , capace di riflettere le contraddizioni più profonde dell’individuo. Lo spettatore, osservando i personaggi, non assiste semplicemente ad una vicenda esterna, ma è costretto a riconoscere in essa i propri meccanismi psicologici. Come ad esempio il bisogno di conferme, la paura dell’ambiguità, l’illusione di possedere una verità stabile. Il teatro diventa così uno spazio di esposizione dell’io, in cui le maschere dei personaggi coincidono con quelle che ciascuno di noi indossa nella vita quotidiana.
Dal punto di vista psicologico, Pirandello mette in scena la frattura tra identità e percezione. Secondo lui l’io non è mai unitario, ma si moltiplica negli sguardi altrui, diventando una somma di immagini spesso inconciliabili. In Così è (se vi pare) questa dinamica emerge con forza: la verità non risiede nei fatti, ma nella rappresentazione che ciascun personaggio , e di conseguenza ciascuno spettatore, costruisce per dare coerenza alla propria esperienza. Il teatro, in questo senso, non rassicura, ma destabilizza, perché costringe a riconoscere la fragilità delle certezze su cui si fonda l’identità personale.
Sul piano filosofico, Pirandello trasforma il teatro in un’esperienza conoscitiva: non un mezzo per comprendere il mondo, ma uno strumento per comprendere i limiti stessi del conoscere umano.
In questa prospettiva, il teatro non offre soluzioni né consolazioni. Al contrario, obbliga chi guarda a confrontarsi con l’instabilità dell’esistenza e con l’impossibilità di fissare definitivamente il senso della realtà. Si parla ,dunque, del cosiddetto ‘metateatro’ pirandelliano , il quale non restituisce un’immagine fedele, ma una molteplicità di riflessi contraddittori, nei quali l’uomo riconosce, forse con inquietudine, la propria condizione: quella di un essere costretto a vivere tra maschere, interpretazioni e verità sempre provvisorie.

Il relativismo in scena: Così è (se vi pare) e la nascita del pirandellismo
Non stupisce quindi che Cosi è abbia finito per essere letto essenzialmente come il manifesto della cosiddetta “filosofia” pirandelliana, della sua visione del mondo fondata sul relativismo e sul solipsismo. II dramma di Pirandello è come monumento , insomma del “pirandellismo”; cioè di quelle riflessioni vagamente filosofeggianti che dagli anni Venti, auspice Adriano Tilgher, si sono prolungate, con grande fioritura, quasi fino a noi.
La fortuna della parabola (sottotitolo scelto non casualmente da Pirandello, a rimarcare il taglio dimostrativo, più logico-raziocinante che fantastico, dell’opera) è notevole, soprattutto all’estero. Nel corso dei tre anni di vita del Teatro d’Arte è lo spettacolo più rappresentato, subito dopo il capolavoro celeberrimo dei Sei personaggi. Ancora oggi, se si fa una indagine statistica sui testi più venduti delle Maschere Nude, si scopre che dopo Sei personaggi e Enrico IV l’opera più richiesta è proprio il Cosi è. Il riscontro di pubblico e il consenso dei lettori non è legato cioè, evidentemente, alle qualità strettamente poetiche del dramma, inferiore come tale a tanti altri, ma alle sue caratteristiche di scrittura esemplare della rivoluzione di Pirandello.

Un manifesto del pirandellismo?
Così è (se vi pare) può essere letto retrospettivamente come un vero e proprio testo-manifesto del pirandellismo, pur senza nascere come trattato teorico. In esso , Pirandello porta a compimento la sua riflessione riguardo la relatività della verità, mostrando come non esista un’unica realtà oggettiva, ma una pluralità di verità soggettive, tutte coerenti sul piano logico e tuttavia inconciliabili. La celebre battuta finale della signora Ponza «Per me, io sono colei che mi si crede» non ha nulla di paradossale o ludico: è l’esito tragico di una vicenda umana e affettiva, in cui la verità non coincide con i fatti, ma con ciò che rende possibile la sopravvivenza psicologica dell’individuo. Pirandello non gioca con il relativismo per gusto intellettuale, bensì mette in scena l’impossibilità, profondamente umana, di accedere ad una verità assoluta e definitiva.
Questa concezione si traduce formalmente in una struttura drammaturgica che ricalca quella di un’inchiesta giudiziaria: interrogatori, testimonianze, confronti, giudici. Il salotto borghese si trasforma in uno spazio ambiguo, a metà tra aula di tribunale e una storta di luogo di tortura psicologica, in cui la comunità , composta da personaggi che rappresentano individui comuni, curiosi e rispettabili , si accanisce nella ricerca di una soluzione che non può emergere. Non esiste infatti una chiave dell’enigma, né tantomeno una sentenza finale: i giudici restano frustrati e sconfitti. Attraverso questa impasse, Pirandello smaschera una borghesia incapace di tollerare l’ambiguità, violenta nel giudizio e priva di empatia. La vera imputata non è la signora Ponza, ma la società stessa, che pretende una verità unica per difendersi dal disordine del reale e dall’inquietante possibilità che più verità possano coesistere.

La verità come illusione necessaria
Nel finale di Così è (se vi pare) Pirandello rifiuta consapevolmente ogni soluzione chiarificatrice. Lo spettatore, come i personaggi sulla scena, resta sospeso in una condizione di incertezza che non viene mai risolta. Questa scelta non è un espediente narrativo, ma il cuore stesso della poetica pirandelliana. Infatti la verità non è un dato oggettivo da scoprire, bensì una costruzione soggettiva, mutevole, legata allo sguardo di chi osserva. La celebre affermazione della Signora Ponza sancisce definitivamente il fallimento di ogni tentativo di definizione univoca della realtà.
Attraverso questo esito aperto, Pirandello smaschera il bisogno umano di certezze assolute. I personaggi che cercano ostinatamente una spiegazione non lo fanno per compassione o giustizia, ma per ristabilire un ordine rassicurante, capace di difenderli dall’ambiguità. In questo senso, la vera violenza della commedia non risiede nel presunto mistero familiare, bensì nell’intolleranza collettiva verso ciò che sfugge alle categorie comuni. La verità diventa così un’illusione necessaria, una finzione condivisa che permette alla società di funzionare, anche a costo di negare la complessità dell’individuo.
Il teatro di Pirandello, e Così è (se vi pare) in particolare, conserva una sorprendente attualità proprio perché riflette una condizione che appartiene ancora al presente. Anche nella realtà contemporanea, dominata da narrazioni contrastanti e identità fluide, la verità appare sempre più frammentata e dipendente dal consenso. Pirandello ci invita allora a rinunciare all’illusione di una realtà unica e definitiva, accettando invece il carattere plurale e instabile dell’esperienza umana. In questo senso, il suo teatro non offre risposte, ma pone una domanda radicale allo spettatore: siamo davvero pronti a convivere con l’assenza di una verità assoluta?
Il dramma in questione dimostra che la realtà non è un dato oggettivo, ma una costruzione soggettiva, fragile e mutevole. Il teatro di Pirandello, ancora ad oggi, ci mette di fronte a una domanda scomoda: abbiamo davvero bisogno della verità o ci basta crederne una?

































































































































































































































