Frankenstein di Mary Shelley

Pochi romanzi riescono a travalicare i secoli mantenendo intatta la propria forza simbolica quanto Frankenstein di Mary Shelley. Pubblicato nel lontano 1818, questo capolavoro del gotico non è un semplice racconto di terrore, ma una profonda indagine sull’etica della scienza, sulla responsabilità e sulla solitudine. La sua vitalità è confermata dalle continue rielaborazioni, come l’ultima, recente versione cinematografica distribuita su Netflix.

Mettere a confronto la pagina del romanzo con la sua trasposizione sullo schermo non è un esercizio di giudizio, ma l’occasione per osservare come lo stesso mito – quello della paura della creazione – venga tradotto in linguaggi diversi, senza mai perdere il suo potere universale.

La visione gotica di Mary Shelley: la colpa è umana

Nel cuore della narrazione di Mary Shelley, la storia non ruota primariamente attorno alla figura della Creatura. Il vero fulcro tragico è Victor Frankenstein, l’uomo lacerato tra l’hybris del desiderio di conoscenza assoluta e l’incapacità morale di assumersi le conseguenze delle proprie azioni. La scrittura gotica, intrisa di conflitti interiori e paesaggi tempestosi, è il veicolo perfetto per esplorare questa angoscia esistenziale.

Contrariamente all’immaginario popolare, la Creatura non è un “mostro” indistinto. È un essere sensibile, eloquente e razionale, la cui rabbia non è innata, ma frutto diretto del rifiuto sistematico subito dalla società e, in primis, dal suo stesso genitore. Shelley costruisce così una riflessione complessa e dolorosa sull’emarginazione e sul peso schiacciante della responsabilità del creatore.

Il linguaggio moderno: il tormento fatto immagine

Il recente adattamento cinematografico di Netflix rilegge Frankenstein attraverso le lenti del linguaggio visivo contemporaneo. La narrazione, rispetto alla struttura epistolare e frammentata del romanzo, si fa più lineare e diretta. Questa scelta, pur rendendo la storia immediatamente accessibile a un vasto pubblico, spesso sacrifica le complesse sfumature introspettive che caratterizzano la pagina.

Nel film, la Creatura tende a essere mostrata attraverso l’impatto fisico e l’azione drammatica. Victor, pur apparendo tormentato, vede il suo conflitto etico semplificato in favore di una tragedia visiva. Il cinema privilegia l’emozione immediata, trasformando il lento logorio gotico in una tensione drammatica che punta alla reazione istintiva dello spettatore.

Il ponte tematico: le domande senza tempo

Nonostante le differenze stilistiche, il confronto tra l’opera letteraria e la sua rivisitazione cinematografica evidenzia la straordinaria attualità dei temi. Il valore simbolico del racconto è intatto:

  • la scienza come potere e Icaro: entrambe le versioni interrogano il limite etico della conoscenza e la tentazione di giocare a fare Dio;

  • la solitudine e il rifiuto: la Creatura resta, in entrambi i media, la rappresentazione straziante dell’emarginato, condannato non dalla sua natura, ma dalla paura altrui;

  • la colpa del creatore: il senso di colpa e l’abbandono di Victor, che fugge di fronte alla sua creazione, è il nodo morale che lega indissolubilmente il romanzo al film.

Cambia il modo di raccontare l’orrore, ma non il suo nucleo. Che si tratti di carta ingiallita o di pixel brillanti in streaming, Frankenstein continua a porci la domanda fondamentale: siamo disposti ad assumerci la responsabilità di ciò che creiamo? E, soprattutto, chi è veramente il mostro?

Frankenstein di Mary Shelley

Alessandra Marini

Sono una giovane studentessa in lettere moderne, nata a Spoleto anche se attualmente studio e vivo a Roma. Sono un’inguaribile amante di storie e film thriller. Nel mio tempo libero per staccare dal caos della Metropoli amo dipingere, scrivere e praticare numerosi sport. Mi definisco una ragazza tenace che segue le proprie aspirazioni. Per questo vorrei fare della mia passione più grande, ovvero la scrittura, il mio futuro lavoro.

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