I vincisgrassi non sono una semplice lasagna. Sono un racconto stratificato di storia, territorio e memoria, uno di quei piatti che nelle Marche non si preparano alla leggera, ma con rispetto e pazienza. Ogni teglia racchiude gesti antichi, profumi intensi e un senso profondo di casa. È una ricetta che parla di domeniche in famiglia, di feste importanti e di tavole imbandite dove il tempo sembra rallentare.
Considerati uno dei simboli più autentici della cucina marchigiana, i vincisgrassi rappresentano l’anima più ricca e generosa della tradizione contadina.
Le origini: tra leggenda e realtà
Come spesso accade per i grandi piatti della tradizione, anche l’origine dei vincisgrassi è avvolta da una sottile leggenda. Secondo una delle teorie più diffuse, il nome deriverebbe da un generale austriaco, Windisch-Graetz, che avrebbe ispirato il piatto durante le campagne napoleoniche. Altri sostengono invece che il termine nasca da una storpiatura popolare o da un’espressione dialettale legata all’abbondanza del condimento.
Al di là dell’etimologia, una cosa è certa: i vincisgrassi nascono nelle Marche, dove diventano presto il piatto delle grandi occasioni, preparato con ingredienti importanti e con un ragù che richiede tempo, attenzione e cura.
Un ragù che fa la differenza
Il cuore dei vincisgrassi è il ragù, molto più ricco rispetto a quello della lasagna tradizionale. Nella versione classica marchigiana si utilizzano carni miste e, spesso, anche le frattaglie di pollo come rigaglie, fegatini e creste. È proprio questo dettaglio a rendere il piatto così intenso e riconoscibile.
La cottura è lenta, paziente, quasi meditativa. Il sugo deve sobbollire a lungo, fino a diventare scuro, profondo, avvolgente. È un ragù che non ha fretta, come non ha fretta la tradizione che lo ha custodito per generazioni.
La besciamella e la sfoglia: equilibrio e struttura
A completare i vincisgrassi ci sono la sfoglia all’uovo, spesso tirata a mano, e la besciamella, che lega gli strati senza coprire il carattere deciso del ragù. Il risultato è un piatto strutturato, compatto, ricco, ma mai caotico.
Ogni strato ha un ruolo preciso, ogni ingrediente contribuisce all’armonia finale. È una lasagna che non cerca leggerezza, ma equilibrio. Un piatto pensato per saziare, per celebrare, per essere condiviso.
Il rito della preparazione
Preparare i vincisgrassi non è solo cucinare: è un vero e proprio rito. Nelle case marchigiane, soprattutto durante le feste, la cucina si trasforma in un luogo di lavoro e di racconti. Si impasta, si assaggia, si corregge il ragù, si montano gli strati con attenzione quasi solenne.
È una ricetta che si impara guardando, ascoltando, aiutando. Non si legge soltanto: si tramanda. E ogni famiglia conserva la sua variante, il suo segreto, il suo modo di dire “questi sono i nostri vincisgrassi”.
Un piatto che racconta le Marche
Oggi i vincisgrassi sono presenti nei ristoranti e nelle trattorie, ma restano profondamente legati alla cucina domestica. Sono il simbolo di una terra che ama i sapori decisi, la convivialità, la cucina fatta con il tempo giusto.
Mangiare un piatto di vincisgrassi significa fare un viaggio nelle Marche più autentiche, tra colline, campagne e cucine dove il cibo è ancora un gesto d’amore. È una ricetta che non segue le mode, perché ha già trovato il suo posto nella storia.
Tradizione che resiste
In un’epoca di piatti veloci e semplificati, i vincisgrassi continuano a resistere. Non perché siano facili, ma perché sono veri. Richiedono dedizione, attenzione e rispetto per gli ingredienti, ma ripagano con un sapore che resta nella memoria.
Sono la dimostrazione che la cucina tradizionale non è nostalgia, ma identità. Un patrimonio vivo, che continua a raccontarsi, strato dopo strato.














































































































