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“Culmus liberos texit, sub marmore atque auro servitus habitat”.  Così scriveva il filosofo Lucio Anneo Seneca, drammaturgo e politico romano del I secolo d.C. nell’Epistola 90 al suo fidato amico Lucilio: la paglia copriva uomini liberi, sotto il marmo e l’oro abita la schiavitù. La tecnologia: libertà o trappola per l’uomo?

Seneca e il mito del ‘buon selvaggio’

Lucio Anneo Seneca è stato un filosofo, drammaturgo e politico romano. Noto anche come Seneca il Giovane o semplicemente come Seneca, fu tra i massimi esponenti dello stoicismo durante  l’età imperiale. Egli ricoprì numerosi ruoli all’interno della vita pubblica e della società romana. Il concetto del “Buon Selvaggio” è un mito filosofico e letterario basato sull’idea che l’uomo, in uno stato di natura originario, sia nato fondamentalmente buono, pacifico e virtuoso, nasce in libertà totale. L’uomo pero’ tende a diventare malvagio o corrotto solamente a causa della civiltà, del progresso e della proprietà privata. Sebbene l’espressione sia diventata famosa nel secolo Settecento, le sue radici affondano proprio in testi come l’Epistola 90 di Seneca.

I pilastri su cui si basa questa visione

L’Innocenza Originaria: nello stato di natura non esistono leggi, non ce n’è bisogno. L’uomo segue l’istinto e la natura, che lo portano a vivere in armonia. La natura ha donato , infatti , all’uomo tutto cio’ di cui necessita.

La Corruzione della Società: cioè la nascita dell’architettura che ha portato alla costruzione di città, l’invenzione della tecnologia e la propagazione del lusso crea innanzitutto disuguaglianza ma alimenta la cupidigia. Come afferma Seneca: omnia propria fecit. E cioè “dopo che l’avarizia fece irruzione <…> rese ogni cosa proprietà privata”!

La Felicità nella Semplicità: il “selvaggio” non è povero perché gli manca qualcosa in senso materiale, ma è ricco nel momento in cui non desidera nulla di superfluo.

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Fonte: studiahumanitatispaideia

L’architettura e la caduta dell’uomo

Seneca nell’Epistola 90 critica l’architettura sofisticata e il lusso abitativo come degenerazioni della natura umana. Contrappone le umili abitazioni primitive, in sintonia con l’ambiente, alle lussuose ville romane, viste come espressione di avidità, corruzione e vizi. La vera saggezza richiede il distacco dai beni superflui. Egli afferma che la filosofia insegna a venerare gli dei e ad amare gli uomini mentre la tecnica insegna a costruire tetti che ci riparano sì, ma che allo stesso tempo ci rendono schiavi delle cose. Qui si perde la libertà, dal momento che l’uomo viene trascinato dal bisogno di voler ottenere sempre di più. All’interno dell’Epistula Seneca riprende la posizione del filosofo Posidonio, che contrariamente al suo pensiero, egli riteneva che i primi uomini fossero guidati dai saggi. Secondo Posidonio, la filosofia aveva dato origine a tutto: dalle case fatte di mattoni alle tecniche di tessitura, dal governo delle città alla metallurgia. Il progresso tecnico era visto come un’estensione della sapienza e della filosofia. Seneca ribatte a queste affermazioni con sdegno. Per lui, la filosofia è innanzitutto un qualcosa che l’uomo acquisisce durante la sua vita seguendo degli studi e determinati comportamenti, non intrinseca in noi dalla nascita. Inoltre, questa, afferma Seneca, non si cura di tecnologia e tutto ciò che alimenta l’avidità nell’uomo. Le invenzioni pratiche non posso nascere dal saggio, ma solamente dalla sagacia, dall’astuzia, spesso stimolata dai vizi e dal desiderio di lusso.

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Fonte: ilmanifesto

Seneca e Jean-Jacques Rousseau a confronto

Pur distanti secoli, Seneca e il filosofo Rousseau condividono un profondo e comune pensiero riguardo la moralità interiore, la critica alla corruzione dei costumi sociali e la valorizzazione di un ideale di vita virtuosa, seppur declinato in forme diverse. Vediamo infatti che l’ideale di vita è stoicismo per Seneca, mentre la natura per Rousseau. Entrambi affrontano il contrasto tra l’uomo autentico e le esigenze della società. Seneca cerca la virtù attraverso l’autarkeia ovvero il controllo razionale delle passioni, pur riconoscendo il valore dell’impegno politico per la ‘res publica’ e successivamente rivalutando l’otium, cioè la vita contemplativa. Rousseau mira alla riconquista di una purezza perduta, evidenziando il conflitto tra l’uomo naturale e il cittadino, e ponendo l’accento sulla libertà e la responsabilità verso la comunità, specialmente nel Contratto Sociale. Seneca ammette che gli uomini antichi vivevano “secondo natura”, ma precisa che la loro non era vera virtù, bensì ignoranza del male. Erano innocenti perché non conoscevano il lusso, non perché avessero studiato la filosofia. Quando, ad esempio, è nata la proprietà privata e l’avaritia ovvero l’avidità, l’uomo ha iniziato a desiderare il superfluo. È qui che sono nate le tecniche che Posidonio loda, ma che Seneca vede come strumenti di decadenza e di sottrazione di libertà. “Infelices, ecquid intellegitis maiorem vos famem habere quam ventrem?” (Infelici, non capite di avere una fame più grande del vostro stomaco?). Qui la “fame” è il desiderio inestinguibile di possesso.

Il progresso e il mito dell’età dell’oro

Seneca parla dell’Età dell’Oro, la immagina come il periodo aureo dell’uomo, in cui vigeva la naturale legge del più forte, identificato con il più giusto, poiché la fortezza era considerata una facoltà dell’animo e giudicata positivamente. In seguito, a causa del lento insinuarsi dei vizi, subentrò la decadenza e nacque la necessità delle leggi; la ricerca di nuovi beni spinse a nuove tecniche per procurarseli. Seneca pone il progresso tecnico-scientifico e la filosofia in contrasto fra loro; il primo porta all’avarizia, la seconda alla felicità.

Così Seneca sembra negare i vantaggi del progresso tecnologico una idealizzazione dello stato di natura, il quale ricorda da vicino il tono nostalgico dei poeti precedenti per una mitica età dell’oro, in cui l’uomo primitivo era più innocente e più felice.

La filosofia ha , invece,  un compito più elevato per il filosofo, e cioè scoprire la verità sulle cose divine e umane; per questo, ci si deve dedicare allo studio della verità e della natura, della legge della vita, insegnando che cosa sia il vero bene e come raggiungerlo.

Quanto agli uomini primitivi, essi non conoscevano la filosofia. Seneca afferma: “Non erant illi sapientes uiri, etiam si faciebant facienda sapientibus”. La filosofia, dunque, non è un dono né tocca in sorte; come la virtù, essa è una conquista dell’uomo sapiente. Critica i soffitti mobili e decorati d’oro che si vedevano nelle domus romane, come la Domus Aurea di Nerone. Per Seneca, sono invenzioni superflue che servono solo a stupire, non a proteggere.

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Fonte: Altervista

L’Epistola 90 come testamento politico

Seneca su precettore di Nerone, con l’obiettivo di plasmare un re filosofo. Egli, però, visse il fallimento del cosiddetto ‘Quinquennium Aureum’. Nei primi anni , infatti, Seneca sperava che Nerone potesse incarnare il sovrano dell’Età dell’Oro descritta nell’Epistola 90: un capo che governa per saggezza e non per paura.  Ma Nerone si rivelò l’esatto opposto. Egli al contrario divenne l’emblema del lusso sfrenato, della crudeltà e della passione per la tecnica e l’estetica fine a se stessa. Un esempio è sicuramente la costruzione della Domus Aurea.  All’interno dell’Epistola Seneca scrive contro chi vive in case dove “il marmo e l’oro” nascondono la schiavitù. È un attacco diretto allo sfarzo dei palazzi imperiali che lui stesso aveva frequentato. Inoltre, l’imperatore Nerone era affascinato dalle invenzioni scenografiche (soffitti rotanti, profumi che cadevano dall’alto). Per Seneca tutto ciò era causato dalla cupidigia che intrappolava la libertà dell’uomo, sottraendolo alla verità e cioè alla filosofia! Mentre Nerone si concentrava sulla cura corporis , Seneca nell’Epistola ribadisce che il compito del vero educatore non è insegnare come costruire macchine, ma come modellare un uomo virtuoso. Seneca afferma: “Sapientia altius sedet nec manus edocet: animorum magistra est”. Ovvero la sapienza siede più in alto e non addestra le mani: è la maestra degli animi.

Questa frase potrebbe risuonare come una giustificazione postuma dopo aver fallito come precettore.

Il sottile confine tra mura di marmo e i confini dell’anima

Se Seneca cedeva che  la causa primaria della corruzione umana era insediata nel progresso tecnico e Posidonio lo celebrava come opera dei saggi, la realtà contemporanea ci insegna che la tecnologia è, in sé, sinonimo di evoluzione e crescita fondamentale per una società. È innegabile che essa possa alimentare la cupidigia come la chiama Seneca, creando bisogni artificiali che ci rendono schiavi, proprio come temeva il filosofo stoico. Tuttavia, non possiamo non ammettere la sua funzione liberatrice: la tecnica può, infatti , sollecitare l’uomo dalle fatiche più dure, regalandogli il tempo per coltivare lo spirito. L’Età dell’Oro è un mito affascinante ma irrecuperabile; la vera sfida della libertà oggi non è fuggire dal progresso, ma dominarlo con la consapevolezza, evitando che lo strumento diventi il nostro padrone.

In fondo, la vera rivoluzione non si trova nella tecnologia o nella macchina, bensì nell’uomo che sa decidere come usarla. E nel cercare, giorno dopo giorno, di diventare meno materiali e più consapevoli. Non si tratta di essere contro la modernità. La si può usare, anzi, dobbiamo dominarla, e non permettere che domini noi. Altrimenti rischiamo di perdere il contatto con ciò che ci rende veramente umani!

Alessandra Marini

Sono una giovane studentessa in lettere moderne, nata a Spoleto anche se attualmente studio e vivo a Roma. Sono un’inguaribile amante di storie e film thriller. Nel mio tempo libero per staccare dal caos della Metropoli amo dipingere, scrivere e praticare numerosi sport. Mi definisco una ragazza tenace che segue le proprie aspirazioni. Per questo vorrei fare della mia passione più grande, ovvero la scrittura, il mio futuro lavoro.

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