René Magritte fu uno dei principali esponenti del Surrealismo, il movimento artistico che, tra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento, esplorò il mondo dell’inconscio, dei sogni e dell’irrazionale. Nato in Belgio, sviluppò uno stile unico e immediatamente riconoscibile, capace di trasformare oggetti quotidiani in enigmi visivi carichi di significato filosofico.
Magritte: simboli, paradossi e illusioni
Magritte non voleva essere etichettato come artista o pittore, eppure i suoi quadri a oggi decorano ogni angolo del mondo. Sono accostamenti insoliti di oggetti che evocano atmosfere fantastiche e sfiorano aspetti profondi e nascosti della psiche, ovvero surreali.
René, chiamato anche le saboteur tranquille, ovvero il disturbatore silenzioso, per la sua capacità d’insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione dei questo stesso, non avvicina il reale per interpretarlo, né tantomeno per ritrarlo, ma per mostrarne il suo mistero indefinibile. Intenzione del suo lavoro è, infatti , alludere al tutto come mistero e non definirlo.

Il tradimento delle immagini è tra gli emblemi dell’arte surrealista. Nel dipinto “Ceci n’est pas une pipe” il pittore giocò sul divario tra l’oggetto e la sua rappresentazione. Raffigurò una pipa ed aggiunse una didascalia esplicativa in corsivo per sottolineare la differenza tra la pipa come oggetto reale, concreto e la pipa dipinta. Queste due non sono la stessa cosa, dal momento che hanno funzioni e caratteristiche ben differenti. Chi potrebbe mai fumare una pipa dipinta? Eppure, alla domanda “che cos’è?” chiunque risponde “è una pipa”. Questo equivoco si deve alla convenzione secondo cui ogni oggetto ha un nome. Per la prima volta lo scopo di un’opera d’arte non era l’arte in sé, ma una riflessione sull’arte stessa.
Il surrealismo: maestro dell’inganno visivo
Nei suoi dipinti Magritte non rappresenta i volti, principalmente per due motivi: un trauma infantile legato al suicidio della madre (il cui volto era coperto da un panno) che lo ha segnato profondamente, e sicuramente una scelta artistica per esplorare l’inconoscibilità dell’identità e la natura sfuggente della realtà. Egli, utilizzando i veli, come nel dipinto “Gli Amanti”, desidera suggerire che il vero significato si trovi oltre l’apparenza visibile, invitando lo spettatore ad una ricerca interiore. Qui i drappi bianchi simboleggiano un amore negato o l’impossibilità di una completa unione, ma anche la negazione dell’identità fissa.
Riguardo all’origine traumatica si racconta che quando René aveva 14 anni, sua madre si suicidò gettandosi in un fiume. Al momento del recupero del corpo, il volto della donna era coperto dalla camicia da notte, un’immagine che rimase impressa in lui. Questa esperienza scioccante portò Magritte a non dipingere i volti, o a raffigurali coprendoli. Magritte, in questo modo, voleva mostrare che ogni cosa visibile cela uno strato nascosto, e che l’identità non è statica bensì in continua ricerca.
Egli vuole nascondere il volto nega l’Io statico, spingendo lo spettatore a cercare un significato più profondo e dinamico, al di là della semplice superficie. L’uomo senza volto, come nella “Riproduzione Vietata”, potrebbe essere chiunque, permettendo allo spettatore di identificarsi e intraprendere un viaggio introspettivo, come suggerito dalla presenza del romanzo di Edgar Allan Poe nell’opera.

Nella vita tutto è mistero
Il motore del pensiero di Magritte trova le sue radici sicuramente nell’essenza del mistero. Difatti l’assenza di un volto rende l’opera enigmatica, stimolando l’immaginazione e impedendo una lettura univoca, trasformando il quadro in un rebus senza soluzione definitiva.
Egli afferma: “Io cerco di trasformare in materia l’insensibile. L’amore per l’ignoto equivale all’amore per la banalità: conoscere significa scoprire la banale conoscenza, agire significa cercare la banalità dei sentimenti e delle sensazioni. La poesia non ha nulla a che fare con la versificazione. Consiste in ciò che si trova nel mondo, al di qua di quanto ci è permesso di osservare. Nella vita tutto è mistero”.
Magritte riteneva che la mente amasse l’ignoto, le immagini il cui significato è sconosciuto, dal momento che il significato della mente stessa è sconosciuto. Egli afferma di non credere che l’uomo decida qualcosa, né il futuro né il presente dell’umanità. Riteneva sì che noi siamo responsabili dell’universo, ma che questo non stia a significare che noi potremmo mai decidere qualcosa.
Il falso specchio
“Le Faux Miroir” realizzato da René Magritte nel 1928 ed oggi conservato a MoMA di New York, è un’icona del surrealismo. L’opera raffigura un enorme occhio umano la cui iride è costituita da un cielo azzurro costellato di nuvole bianche, sfidando la percezione tra realtà esterna e visione interiore. L’immagine suggerisce che ciò che noi vediamo è filtrato dalla nostra interiorità e non è una copia esatta della realtà, rendendo l’occhio appunto un “falso specchio”. Magritte, come accennato in precedenza, esplora l’ambiguità tra l’osservare e l’essere visto, trasformando una parte del nostro corpo in un paesaggio metafisico. L’occhio, anziché riflettere il mondo, sembra catturarlo o contenerlo, invertendo i ruoli di soggetto e oggetto. Il dipinto è considerato uno dei massimi esempi della capacità straordinaria di Magritte di unire rappresentazione realistica e mistero. L’opera ha anche ispirato il cinema surrealista, come ad esempio Un Chien Andalou di Buñuel e Dalí.











































































































