Alcune storie si raccontano perché continuano a parlarci. Quella di Simone Veil è una di queste. Non è solo il racconto di ciò che ha attraversato, ma di ciò che ha saputo fare dopo. Perché il suo percorso non ha cambiato soltanto la sua vita: ha lasciato un segno nell’Europa e, senza che ce ne rendiamo conto, arriva fino ai nostri giorni, nelle libertà che oggi consideriamo normali e che normali non sono mai state.
Dall’adolescenza perduta alla sopravvivenza
Simone Veil nacque a Nizza nel 1927, si chiamava Simone Jacob. Era una ragazza come tante, ebrea, appassionata di studio, con l’idea di voler andare all’università. Nel marzo del 1944 quel sogno si infranse bruscamente. La mattina sostenne una prova dell’esame di maturità, nel pomeriggio venne arrestata dalla Gestapo, a soli sedici anni.
Ad Auschwitz perse tutto ciò che la definiva: il nome, i capelli, l’identità. Rimase un numero tatuato sulla pelle, 78651. I suoi genitori e suo fratello furono deportati separatamente e non tornarono. Per restare in vita mentì sulla propria età, sopportò il lavoro forzato, i trasferimenti continui. Sua madre morì poche settimane prima della liberazione. Simone tornò in Francia con le sorelle, portando con sé un dolore che non si sarebbe mai dissolto e una consapevolezza profonda: quando la dignità umana viene negata, tutto può accadere.
Dalla memoria all’impegno civile: Simone Veil
Dopo la guerra avrebbe potuto scegliere di non esporsi, di ricostruire in silenzio. Fece l’opposto. Studiò diritto, entrò nelle istituzioni, affrontò una politica quasi esclusivamente maschile e spesso ostile. Non per ambizione, ma per necessità. Aveva visto cosa succede quando le istituzioni falliscono e non voleva che accadesse di nuovo.
Nel 1974 divenne Ministra della Sanità in Francia. Difese in Parlamento la legge sulla legalizzazione dell’aborto, affrontando insulti e attacchi personali durissimi. Non arretrò. Disse parole semplici e scomode: «Nessuna donna sceglie l’aborto con leggerezza. È sempre una tragedia». La legge fu approvata. Da quel momento molte donne smisero di morire nel silenzio e milioni di persone furono tutelate da una scelta portata avanti da chi sapeva cosa significa perdere ogni diritto.
Per Simone Veil la memoria non era un rito, ma una responsabilità. Ricordare serviva a evitare che l’orrore si ripetesse. Da qui la sua convinzione europea, che la portò nel 1979 a diventare la prima Presidente del Parlamento Europeo.
Simone Veil non ha mai voltato le spalle alla storia. Le ha risposto. Ha trasformato la sopravvivenza in dignità e il dolore in forza. Ed è per questo che la sua storia, ancora oggi, ci riguarda.


















































